Chi sono
Mi chiamo Claudia Rufini, sono psicologa clinica e di comunità, iscritta all’Ordine degli Psicologi del Lazio (n. 32054) e da sempre il mio lavoro nasce da una domanda che precede ogni tecnica, ogni teoria, ogni metodo: che cosa accade nell’essere umano quando soffre? Che cosa si spezza, che cosa resiste, che cosa tenta di ricomporsi quando la vita interrompe il corso abituale delle cose e costringe una persona a ridefinire il significato di sé, dei propri legami, della propria storia?
Credo che sia stata questa domanda a condurmi verso la psicologia ancor prima che potessi comprenderne davvero la portata.
Una fascinazione profonda per ciò che accade nei luoghi più fragili e più autentici dell’esperienza umana: là dove abitano le ferite, le paure, le fratture identitarie, ma anche le possibilità ancora invisibili di trasformazione.
Fin dai primi anni della mia formazione, il mio interesse si è orientato verso tutto ciò che riguarda il modo in cui l’essere umano attraversa il trauma, elabora la perdita, costruisce significato attorno al dolore e prova — talvolta con immensa fatica — a ritrovare continuità dopo ciò che ne ha interrotto l’esistenza.
Mi sono laureata in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione (laurea triennale) e successivamente in Psicologia Clinica e di Comunità (laurea magistrale) presso la Università Pontificia Salesiana di Roma, dedicando i miei studi e i miei lavori di tesi ai temi del trauma psicologico, del lutto, del senso di colpa e dei processi trasformativi che possono emergere dalle esperienze più dolorose della vita. Ho poi approfondito questi temi attraverso un Master universitario di II livello in Psicologia dell’Emergenza e Psicotraumatologia, consolidando la mia formazione nella comprensione delle reazioni traumatiche, dei processi di resilienza e delle dinamiche attraverso cui il dolore, nel tempo, può essere integrato e trasformato.
La mia esperienza clinica e formativa si è sviluppata attraverso il lavoro in ambito salute mentale, psicologia clinica e neurodivergenze, con particolare attenzione alla comprensione del funzionamento ADHD e delle condizioni ad esso correlate.
Un’esperienza che ha approfondito in me una consapevolezza fondamentale: quanto spesso dietro ciò che appare come difficoltà si nascondano, in realtà, anni di fraintendimenti, autocritica, sofferenza silenziosa e narrazioni di sé costruite attorno all’idea dolorosa di non essere abbastanza. Parallelamente, il lavoro nell’ambito dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento mi ha insegnato quanto profondamente le difficoltà cognitive o scolastiche incidano sul modo in cui una persona impara a percepire sé stessa: nel proprio valore, nella propria competenza, nella legittimità del proprio modo di esistere nel mondo. Tutte queste esperienze hanno consolidato in me una convinzione profonda: che la psicologia non abbia a che fare soltanto con il ridurre il dolore o correggere il sintomo, ma con l’accompagnare l’essere umano verso una relazione più autentica, consapevole e integrata con se stesso.
È da questa visione che nasce il mio lavoro di divulgazione.
La divulgazione e la sensibilizzazione psicologica rappresentano, per me, una dimensione fondamentale della cura, pur non potendo né volendo sostituirsi al percorso clinico e terapeutico, che resta uno spazio insostituibile di intervento, ascolto e trasformazione personale. Ho scelto di creare EUDAIMONIA proprio a partire da questa convinzione: la salute psicologica non comincia soltanto quando si entra in uno studio professionale, ma molto prima, nel momento in cui una persona incontra parole capaci di offrire comprensione, significato e orientamento alla propria esperienza.
Credo profondamente che rendere la conoscenza psicologica accessibile sia essenziale perché permette alle persone di riconoscere più precocemente il proprio vissuto, comprendere dinamiche interiori spesso confuse o invisibili, leggere con maggiore consapevolezza la propria sofferenza e le proprie relazioni, e avvicinarsi con meno paura, stigma o solitudine alla possibilità di chiedere aiuto quando necessario. La divulgazione, in questo senso, non cura direttamente, ma può preparare alla cura, facilitarla, sostenerla e, in molti casi, rappresentare il primo passo verso un percorso di maggiore consapevolezza.
Sensibilizzare significa anche fare prevenzione: offrire strumenti di comprensione prima che il disagio si cristallizzi, promuovere una cultura psicologica più diffusa, contribuire a normalizzare il dialogo sul mondo interiore e restituire dignità a esperienze che troppo spesso vengono vissute nel silenzio o nel giudizio. Significa costruire uno spazio in cui le persone possano iniziare a riconoscersi, nominarsi e comprendersi, perché spesso dare un nome a ciò che si vive è già un modo per sottrarlo alla confusione.
Per questo considero la divulgazione psicologica non come un’alternativa alla cura, ma come una sua alleata preziosa: uno strumento di consapevolezza collettiva e individuale, capace di creare ponti tra il sapere specialistico e la vita quotidiana, tra la sofferenza silenziosa e la possibilità di comprendersi, tra il sentirsi soli e il riconoscere che ciò che si vive può essere pensato, accolto e affrontato. Perché se la terapia offre uno spazio di cura profonda, la divulgazione può offrire qualcosa di altrettanto essenziale: il primo incontro con una verità che illumina, orienta e apre alla possibilità di fiorire.