È colpa di mamma e papà? Come le prime relazioni plasmano il nostro mondo interiore senza definire il nostro destino

di Claudia Rufini

C’è una tentazione profondamente umana quando il dolore ci attraversa e non riusciamo a comprenderne fino in fondo l’origine: quella di cercare una causa semplice per qualcosa che semplice non è. È la tentazione di ridurre a una genealogia lineare ciò che dentro di noi appare frammentato, ambiguo, stratificato; di credere che se soffriamo, se ci sentiamo spezzati in punti che non sappiamo nominare, se inciampiamo sempre nelle stesse relazioni, se ci troviamo a reagire al presente con emozioni che sembrano provenire da un tempo più antico, allora debba pur esserci un luogo preciso in cui tutto ha avuto inizio. E poiché le prime persone che ci hanno accolti nel mondo sono state anche le prime a insegnarci, nel bene e nel male, cosa significhi essere amati, essere visti, essere contenuti, essere ignorati, è naturale che il pensiero finisca spesso per fermarsi lì: ai genitori, all’infanzia, alla casa da cui veniamo.

Negli ultimi anni questa tendenza si è intrecciata con la diffusione massiccia del linguaggio psicologico nel discorso collettivo. Oggi si parla di trauma, attaccamento, disregolazione emotiva, invalidazione, ferite infantili con una familiarità che sarebbe stata impensabile fino a poco tempo fa. È un cambiamento culturale prezioso perché significa che il dolore psichico non è più costretto al silenzio, che l’esperienza interiore viene finalmente riconosciuta come degna di essere pensata. Tuttavia ogni sapere, quando viene assorbito dal linguaggio comune, corre un rischio inevitabile: quello della semplificazione. Le sfumature si assottigliano, la complessità si contrae, le verità articolate diventano formule facili da ripetere. Così una delle convinzioni più diffuse del nostro tempo è diventata questa: se oggi soffriamo, se qualcosa in noi non funziona come vorremmo, allora la responsabilità va cercata in chi ci ha cresciuti.

È una narrazione potente, soprattutto perché consola, perché attribuire al dolore una causa chiara significa sottrarlo almeno in parte al caos. Se posso spiegare la mia sofferenza attraverso un’origine, allora essa smette di apparire casuale; se posso rintracciarne la radice, forse posso persino smettere di sentirmene interamente responsabile. Ma proprio le spiegazioni che offrono troppo rapidamente sollievo sono spesso quelle che meritano maggiore prudenza, perché la psiche umana non è mai lineare quanto il nostro bisogno di ordine vorrebbe e la sofferenza psicologica non nasce quasi mai da una sola causa, da una sola relazione, da un unico evento originario capace di spiegare tutto ciò che siamo diventati.

Che la nostra storia familiare abbia un peso immenso nel nostro sviluppo è indiscutibile. Sarebbe ingenuo — oltre che clinicamente scorretto — negarlo. Le prime relazioni non sono soltanto il contesto della nostra crescita: sono il luogo in cui la nostra mente comincia a organizzarsi. Attraverso lo sguardo di chi ci cresce apprendiamo, molto prima di poterlo formulare a parole, se il mondo è un luogo affidabile o imprevedibile, se i nostri bisogni meritano risposta, se la vulnerabilità può essere mostrata o deve essere nascosta, se l’amore è qualcosa che si riceve o qualcosa che si deve meritare.

La teoria dell’attaccamento ha mostrato con straordinaria chiarezza come il bambino costruisca i propri modelli interni di sé e dell’altro sulla base della qualità delle prime esperienze relazionali (Bowlby, 1969; Ainsworth et al., 1978). In questo senso, ciò che abbiamo vissuto nelle relazioni originarie continua davvero ad abitare il modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo. Ma riconoscere che la nostra storia ci plasma non equivale a dire che i nostri genitori siano i colpevoli della nostra sofferenza e questa distinzione — apparentemente sottile — è in realtà fondamentale perché la parola colpa appartiene al lessico della morale, non a quello della complessità psicologica. È una parola che semplifica, separa, attribuisce, condensa in una formula binaria ciò che nella vita psichica raramente è binario.

La colpa presuppone un responsabile identificabile, un rapporto diretto tra causa ed effetto, una linearità narrativa che lo sviluppo umano quasi mai possiede. Nessuna vita adulta può essere spiegata interamente attraverso la sola lente della genitorialità ricevuta. Ciò che siamo nasce dall’intreccio di molteplici forze: predisposizioni temperamentali, vulnerabilità neurobiologiche, contesto culturale, eventi di vita, relazioni successive, esperienze scolastiche, incontri, traumi, perdite, possibilità, scelte. I genitori sono centrali, certo, ma non sono mai l’unica matrice di ciò che diventiamo. Pensare il contrario significa attribuire loro una forma di onnipotenza retrospettiva che nessuna teoria seria dello sviluppo umano potrebbe sostenere.

C’è poi una verità ulteriore, forse ancora più difficile da accettare, che la maturità psicologica ci impone prima o poi di incontrare: i genitori non crescono i figli da una posizione neutra, non educano dal luogo ideale di una psiche integra, consapevole, perfettamente regolata. Crescono i figli dall’interno della propria storia, dalle proprie ferite, dalle proprie insufficienze, dalle proprie inconsapevolezze, dai propri limiti. Ogni genitore trasmette inevitabilmente non solo ciò che sceglie di trasmettere, ma anche ciò che inconsapevolmente incarna. Non solo ciò che conosce, ma anche ciò che non ha mai avuto occasione di elaborare.

La letteratura sulla trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento e del trauma ha mostrato come pattern relazionali, modalità emotive e assetti difensivi tendano a riprodursi attraverso le generazioni quando non vengono riconosciuti e trasformati (Fraiberg et al., 1975; Siegel, 2012). In altre parole: spesso i genitori non feriscono per assenza d’amore, ferisono per presenza di limite. È una verità scomoda, perché obbliga ad abbandonare la semplicità delle categorie morali. Ci costringe a tollerare l’ambivalenza, a riconoscere che qualcuno può amarci profondamente e, insieme, non sapere amarci nel modo di cui avevamo bisogno; che una persona può desiderare sinceramente il nostro bene e nondimeno non possedere gli strumenti interiori per offrirci ciò che sarebbe stato necessario alla nostra crescita; che si può ricevere dedizione senza ricevere sintonizzazione, cura senza comprensione, presenza senza autentica disponibilità emotiva. L’amore, da solo, non basta sempre. Non basta se non è accompagnato dalla capacità di vedere l’altro nella sua soggettività. Non basta se non è sostenuto da una sufficiente maturità emotiva. Non basta se non sa reggere la complessità affettiva di un figlio senza piegarla ai propri bisogni, alle proprie paure, alle proprie rigidità. Tuttavia, riconoscere tutto questo non dovrebbe condurci a una cultura dell’accusa.

Vi è un rischio sottile, oggi, nell’uso sempre più diffuso del linguaggio psicologico: che la comprensione della propria storia si trasformi in una raffinata forma di deresponsabilizzazione; che il passato venga utilizzato non per comprendere il presente, ma per spiegarne l’immutabilità; che la genealogia del dolore diventi una sentenza identitaria. Sono così perché mi hanno reso così. Una frase che può apparire come consapevolezza e che talvolta, invece, rischia di essere soltanto una forma più colta di impotenza.

Ma la psicologia non dovrebbe servire a questo. Non dovrebbe aiutarci a costruire tribunali interiori. Non dovrebbe insegnarci a trovare colpevoli nel passato. Dovrebbe insegnarci a comprendere i processi che ci hanno formati per interrompere la loro ripetizione. Perché comprendere da dove viene una ferita non significa aver concluso il lavoro, significa soltanto averne individuato l’origine. Il passaggio decisivo arriva dopo, quando la domanda smette di essere esclusivamente retrospettiva. Quando non ci chiediamo più soltanto perché sono così?, ma iniziamo a domandarci: ora che comprendo meglio la mia storia, cosa scelgo di farne?

È questo il punto in cui la consapevolezza smette di essere mera spiegazione e diventa trasformazione. Perché se è vero che non siamo responsabili di tutto ciò che ci è accaduto, è altrettanto vero che, crescendo, diventiamo progressivamente responsabili del modo in cui scegliamo di relazionarci a ciò che ci è accaduto. La ferita può non essere stata scelta, la sua elaborazione, però, a un certo punto, sì.

Le neuroscienze contemporanee mostrano con chiarezza che la mente resta plastica lungo tutto l’arco della vita. I modelli interiorizzati nell’infanzia non sono sentenze definitive, ma configurazioni modificabili attraverso nuove esperienze relazionali, processi terapeutici, esperienze correttive ripetute, relazioni sufficientemente sicure da permettere al sistema nervoso di apprendere che il passato non coincide con il presente (Cozolino, 2010). La nostra storia ci struttura, ma non ci sigilla. Ci forma, ma non ci imprigiona irrevocabilmente. Ed è forse proprio qui che si colloca la differenza tra una psicologia che emancipa e una che immobilizza: la prima usa il passato per aumentare la libertà del presente; la seconda lo usa per spiegare perché il presente non possa cambiare.

La maturità psicologica non consiste nel negare l’influenza delle proprie origini, né nel trasformarle nell’unica spiegazione possibile della propria vita. Consiste nel tollerare una verità più complessa e meno consolatoria: sapere che la nostra storia ci ha plasmati profondamente senza per questo ridurci a essa. Sapere che i nostri genitori hanno inciso su di noi senza trasformarli nei colpevoli assoluti di ciò che siamo. Sapere che possiamo comprendere con lucidità ciò che ci ha feriti senza restare definiti da quella ferita. Perché nessuna infanzia contiene già interamente la persona che diventeremo. Nessun genitore spiega da solo il mistero di una vita adulta. Nessuna ferita originaria racconta, da sola, la complessità di un essere umano.

Forse allora la domanda non è davvero se sia colpa di mamma e papà; forse la domanda più matura, più difficile, più trasformativa è un’altra: in che modo la mia storia mi ha influenzato — e quale rapporto voglio avere, oggi, con ciò che ho ricevuto?
Perché crescere, nel senso più profondo del termine, significa forse proprio questo: arrivare a un punto in cui il passato smette di essere una sentenza e diventa una parte della propria storia — decisiva, influente, inevitabile, ma mai definitiva.

Bibliografia

Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the strange situation. Lawrence Erlbaum Associates.

Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.

Cozolino, L. (2010). The neuroscience of psychotherapy: Healing the social brain (2nd ed.). Norton.

Fraiberg, S., Adelson, E., & Shapiro, V. (1975). Ghosts in the nursery: A psychoanalytic approach to the problems of impaired infant-mother relationships. Journal of the American Academy of Child Psychiatry, 14(3), 387–421.

Siegel, D. J. (2012). The developing mind: How relationships and the brain interact to shape who we are (2nd ed.). Guilford Press.

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