Quando la psicologia diventa linguaggio comune: opportunità, rischi e responsabilità della divulgazione psicologica nell’epoca dell’autodiagnosi

di Claudia Rufini

C’è stato un tempo in cui il dolore psichico abitava quasi esclusivamente il silenzio. Un tempo in cui si poteva soffrire profondamente senza possedere le parole per dirlo, senza categorie per pensarlo, senza strumenti per comprenderlo. La tristezza persistente veniva letta come debolezza caratteriale, l’ansia come fragilità, la disattenzione come svogliatezza, la fatica scolastica come scarso impegno, il trauma come eccessiva sensibilità, la sofferenza interiore come incapacità di reggere la vita. Per generazioni intere il disagio psicologico non è stato soltanto stigmatizzato: è stato frainteso, ridotto, moralizzato, collocato in narrazioni culturali troppo povere per reggere la complessità della mente umana.

In questo senso, la crescente diffusione della divulgazione psicologica rappresenta una delle trasformazioni culturali più significative del nostro tempo. Oggi la psicologia non appartiene più soltanto agli studi clinici, ai manuali specialistici o alle aule universitarie. È uscita dagli spazi deputati alla cura per entrare nel linguaggio quotidiano delle persone. Vive nei libri che leggiamo, nei podcast che ascoltiamo, nei social che scorriamo, nelle newsletter che riceviamo, nei dibattiti pubblici, nelle conversazioni tra amici. Si parla di trauma, attaccamento, narcisismo, neurodivergenza, ADHD, burnout, disregolazione emotiva, confini relazionali, trigger, validazione con una familiarità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Ed è, sotto molti aspetti, una conquista culturale straordinaria, perché dare un nome alla sofferenza significa renderla pensabile, significa sottrarla all’informe, significa trasformare il dolore da esperienza puramente subita a esperienza almeno in parte comprensibile.

Per molte persone, il primo contatto con la possibilità di pensarsi diversamente nasce proprio così: leggendo un articolo, ascoltando un contenuto divulgativo, riconoscendosi in una descrizione che finalmente offre un linguaggio per qualcosa che fino a quel momento era stato vissuto soltanto come malessere indistinto. Chi scopre la possibilità di un ADHD adulto comprende che la propria cronica disorganizzazione potrebbe non essere semplice pigrizia. Chi legge di trauma relazionale riconosce che non soltanto gli eventi eclatanti, ma anche l’instabilità affettiva, l’assenza emotiva, l’invalidazione cronica possono lasciare ferite profonde. Chi incontra contenuti sulla depressione ad alta funzionalità o sull’ansia internalizzata comprende che si può soffrire molto anche continuando a “funzionare” bene dall’esterno.

In questo senso, la divulgazione psicologica ha avuto un merito enorme: ha reso visibile ciò che per lungo tempo era rimasto invisibile. Ha permesso a molte persone di riconoscere come degno di attenzione ciò che per anni avevano considerato soltanto un difetto personale. Ha contribuito a ridurre lo stigma, ad aumentare la consapevolezza pubblica, a facilitare l’accesso alla cura. Ha portato luce su condizioni storicamente sottostimate o misconosciute, come l’ADHD nell’adulto, i disturbi dell’apprendimento compensati, il trauma complesso, molte forme di sofferenza internalizzata e diversi quadri clinici ad alta funzionalità (Kessler et al., 2006; Faraone et al., 2021; Cloitre et al., 2020).

Tuttavia, come ogni sapere che si democratizza, anche la psicologia paga un prezzo per la propria diffusione. Per diventare accessibile, deve semplificarsi e tutto ciò che si semplifica troppo rischia di perdere proprio quella complessità che lo rende accurato. È qui che emerge l’ambivalenza della divulgazione psicologica contemporanea: nella stessa misura in cui essa alfabetizza, rischia anche di banalizzare; nella stessa misura in cui sensibilizza, rischia di patologizzare; nella stessa misura in cui rende pensabile la sofferenza, rischia di trasformare l’esperienza umana in una sequenza di etichette diagnostiche semplificate. Perché la mente umana ha una naturale tendenza a riconoscersi nelle descrizioni generali soprattutto quando queste toccano aspetti emotivamente significativi dell’esperienza. È un meccanismo profondamente umano: quando incontriamo un linguaggio che sembra spiegare qualcosa di noi, proviamo spesso un’immediata attrazione identificativa. Mi succede anche questo. Anch’io faccio così. Forse allora sono questo. È una dinamica comprensibile, talvolta persino utile, ma quando questa identificazione avviene in assenza della complessità necessaria a contestualizzarla, il rischio è che la divulgazione smetta di essere psicoeducazione e diventi pseudo-diagnostica, perché riconoscersi in una descrizione psicologica non equivale ad avere una diagnosi.

Sentirsi spesso distratti non significa necessariamente avere ADHD.
Essere stanchi non equivale a essere in burnout.
Provare tristezza non significa essere depressi.
Essere intensi nelle relazioni non implica automaticamente un attaccamento disfunzionale.
Essere sensibili non significa essere traumatizzati.

La clinica non si fonda mai sul riconoscimento isolato di alcuni tratti o sintomi. Si fonda sulla loro intensità, durata, pervasività, interferenza con il funzionamento, storia evolutiva, significato contestuale e collocazione all’interno dell’intero assetto psicologico della persona (American Psychiatric Association, 2013). Fuori da questa complessità, ogni sintomo perde gran parte del proprio valore diagnostico ed è proprio in questo scarto tra complessità clinica e semplificazione divulgativa che nasce il fenomeno sempre più diffuso dell’autodiagnosi psicologica, un fenomeno che raramente nasce da superficialità, più spesso nasce da un bisogno autentico di comprensione. Le persone non cercano etichette perché desiderano patologizzarsi; cercano etichette perché cercano significato, cercano una narrazione che dia ordine alla sofferenza; cercano una spiegazione che renda intelligibile il proprio dolore; cercano, talvolta disperatamente, qualcosa che dica loro: quello che vivi ha un senso, non sei semplicemente sbagliato. Eppure, proprio perché questo bisogno è così umano, è necessario trattarlo con particolare cautela, perché l’autodiagnosi può offrire sollievo immediato, ma spesso al prezzo della precisione. Può dare un nome alla sofferenza, ma non necessariamente quello corretto. Può offrire identità, ma non sempre comprensione. E soprattutto può generare una delle illusioni più sottili della contemporaneità psicologica: l’idea che comprendere se stessi significhi necessariamente trovare un’etichetta capace di spiegarci. Ma la mente umana è quasi sempre più complessa delle categorie con cui tentiamo di descriverla.

È per questo che la divulgazione psicologica dovrebbe essere fruita con una postura mentale precisa: non come strumento diagnostico, ma come strumento orientativo. Non come risposta definitiva, ma come apertura interrogativa. Non come mezzo per definirsi, ma come occasione per riflettere con maggiore profondità sulla propria esperienza.

Un contenuto divulgativo ben utilizzato non dovrebbe condurre alla conclusione immediata “allora io ho questo”.
Dovrebbe piuttosto attivare domande come:
Perché questo contenuto mi risuona così profondamente?
In che modo ciò che descrive assomiglia alla mia esperienza?
Queste difficoltà sono episodiche o persistenti?
Quanto interferiscono realmente con la mia vita?
Potrebbe essere utile approfondire con un professionista?

È questa la differenza tra usare la divulgazione per pensarsi e usarla per etichettarsi.

Fruire in modo maturo della divulgazione psicologica significa imparare a tollerare il riconoscimento senza precipitare nell’identificazione. Significa poter dire questo mi risuona senza trasformarlo immediatamente in questo mi definisce. Significa utilizzare il contenuto psicologico come una lente provvisoria, non come una verità definitiva.

Allo stesso tempo, significa anche imparare a sviluppare uno sguardo critico sulla qualità della divulgazione che si consuma. Non tutti i contenuti psicologici divulgativi sono uguali. Alcuni mantengono rigore, prudenza, complessità. Altri riducono costrutti clinici articolati a slogan identitari, checklist semplificate, diagnosi implicite, categorie rassicuranti in cui collocarsi rapidamente.

Una buona divulgazione non dice:
“Se ti riconosci in questi segnali, allora hai questo disturbo.”

Dice invece:
“Se alcune di queste esperienze risuonano in modo persistente e significativo con ciò che vivi, potrebbe essere utile approfondirle con un professionista.”

La differenza può sembrare minima. In realtà segna il confine tra psicoeducazione e banalizzazione clinica. Forse, allora, la conclusione più onesta è che la divulgazione psicologica non sia né intrinsecamente salvifica né intrinsecamente pericolosa. È uno strumento e come ogni strumento potente, il suo valore dipende da come viene utilizzato. Può banalizzare la complessità trasformando la sofferenza in trend identitari, ma può anche aiutare persone invisibili a riconoscersi e chiedere aiuto. Può favorire autodiagnosi improprie, ma può anche prevenire anni di sofferenza non riconosciuta. Può alimentare semplificazioni, ma può anche promuovere alfabetizzazione emotiva, consapevolezza psicologica e accesso precoce alla cura.
La vera sfida, allora, non è decidere se la psicologia debba essere divulgata.

La vera sfida è imparare a divulgarla e a fruirla con sufficiente maturità da non trasformare la complessità della mente umana in una collezione di etichette. Il compito più alto della divulgazione psicologica non è dire alle persone chi sono, è insegnare loro a interrogarsi su sé stesse con maggiore profondità, perchè comprendere la propria sofferenza non significa trovare subito una diagnosi in cui riconoscersi significa piuttosto sviluppare abbastanza complessità interiore da tollerare che le verità più importanti sulla nostra mente raramente possano essere contenute in una definizione rapida.

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). American Psychiatric Publishing.

Cloitre, M., Brewin, C. R., Bisson, J. I., et al. (2020). Evidence for the coherence and integrity of the complex PTSD diagnosis. European Journal of Psychotraumatology, 11(1), 1–14.

Faraone, S. V., Asherson, P., Banaschewski, T., et al. (2021). The World Federation of ADHD International Consensus Statement. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 128, 789–818.

Kessler, R. C., Adler, L., Barkley, R., et al. (2006). The prevalence and correlates of adult ADHD in the United States. American Journal of Psychiatry, 163(4), 716–723.

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