Come scegliere lo psicologo “giusto”? Tra alleanza terapeutica, fiducia e sicurezza relazionale: cosa conta davvero nella scelta di un professionista
di Claudia Rufini
Come si sceglie lo psicologo giusto?
È una domanda che, a prima vista, sembra appartenere al mondo delle informazioni pratiche. Una di quelle domande a cui ci si aspetta una risposta lineare: controlla il curriculum, verifica la formazione, cerca una specializzazione adatta al tuo problema, leggi qualche recensione. Eppure chiunque abbia realmente cercato uno psicologo sa che non è così semplice perché questa domanda raramente nasce da una curiosità teorica, nasce quasi sempre da una fatica, da una crisi, da un dolore che non riusciamo più a contenere da soli, da una sensazione persistente che qualcosa, dentro di noi, chieda attenzione.
Forse è proprio questo che rende la scelta così delicata. Perché quando cerchiamo uno psicologo non stiamo semplicemente cercando un professionista. Stiamo cercando qualcuno a cui affidare parti di noi che spesso custodiamo con estrema cautela. Stiamo cercando un luogo in cui poter portare ciò che ci vergogniamo di mostrare. Un luogo in cui raccontare paure che altrove minimizziamo. Un luogo in cui la sofferenza possa essere osservata senza essere corretta troppo in fretta. Un luogo in cui poter esistere senza dover continuamente dimostrare qualcosa.
È per questo che la scelta di uno psicologo possiede una profondità che raramente accompagna altre decisioni professionali.
Quando scegliamo un avvocato, affidiamo una questione legale. Quando scegliamo un commercialista, affidiamo documenti. Quando scegliamo uno psicologo, affidiamo una parte della nostra storia e la storia personale non è mai un semplice insieme di informazioni. È il luogo in cui abbiamo imparato chi siamo. È il luogo in cui abbiamo imparato a fidarci o a diffidare, ad avvicinarci o a proteggerci, a mostrare le nostre fragilità o a nasconderle.
Per comprendere come si sceglie uno psicologo è necessario partire da qui. Non dalla tecnica. Non dal metodo. Ma dalla natura profondamente relazionale della cura psicologica.
Naturalmente esistono criteri oggettivi che non possono essere ignorati. In Italia la professione di psicologo è regolamentata dalla Legge 56 del 1989. Uno psicologo deve essere laureato, abilitato all'esercizio professionale e regolarmente iscritto all'Albo. Uno psicoterapeuta deve inoltre aver completato una scuola di specializzazione quadriennale riconosciuta dal Ministero dell'Università e della Ricerca. Questi aspetti rappresentano il primo filtro indispensabile. La cura psicologica non può prescindere dalla competenza. Non può prescindere dalla formazione. Non può prescindere dalla responsabilità professionale e dall'adesione a principi etici e deontologici condivisi.
Eppure la ricerca contemporanea ci mostra qualcosa che può apparire sorprendente: la competenza, da sola, non basta.
Se fosse sufficiente la conoscenza teorica, i risultati delle psicoterapie dipenderebbero principalmente dall'orientamento utilizzato. Invece, da oltre quarant'anni, la ricerca sugli esiti della psicoterapia continua a mostrare una realtà più complessa. I diversi approcci terapeutici presentano differenze teoriche, metodologiche e tecniche significative, ma una parte consistente del cambiamento sembra essere spiegata da fattori comuni che attraversano la maggior parte dei modelli terapeutici (Wampold & Imel, 2015). Questo dato ha alimentato uno dei dibattiti più importanti della psicologia clinica contemporanea.
Conta di più il metodo o la relazione? Conta di più la tecnica o l'incontro? Conta di più il modello teorico o la qualità del legame terapeutico?
Le evidenze scientifiche sembrano convergere verso una risposta tanto semplice quanto rivoluzionaria: entrambe le dimensioni sono importanti, ma la qualità della relazione terapeutica rappresenta uno dei più potenti predittori dell'esito del trattamento (Flückiger et al., 2018; Norcross & Lambert, 2019). Questa relazione prende il nome di alleanza terapeutica. L'alleanza terapeutica non coincide con la simpatia, non coincide con il sentirsi sempre a proprio agio, non coincide nemmeno con il semplice sentirsi compresi. L'alleanza terapeutica è qualcosa di più profondo. È la percezione di lavorare insieme. È la sensazione che il terapeuta stia cercando realmente di comprendere il nostro mondo interno. È la possibilità di portare dubbi, paure, rabbia, vergogna e persino delusioni senza che la relazione si spezzi. È la costruzione progressiva di uno spazio sufficientemente sicuro da permettere l'esplorazione di aspetti vulnerabili della propria esperienza (Bordin, 1979).
Le metanalisi mostrano che l'alleanza terapeutica rappresenta uno dei migliori predittori degli esiti terapeutici in quasi tutti gli orientamenti psicoterapeutici (Flückiger et al., 2018). Questo significa qualcosa di estremamente importante per chi cerca uno psicologo. Significa che la domanda "Qual è il miglior approccio?" potrebbe non essere la domanda più utile.
Molte persone iniziano la ricerca confrontando sigle e modelli: CBT, EMDR, ACT, psicoterapia psicodinamica, sistemica, cognitiva, costruttivista, della Gestalt, basata sulla mentalizzazione.
È comprensibile. Quando stiamo male desideriamo trovare la soluzione migliore. Eppure la letteratura suggerisce che, nella maggior parte dei casi, una domanda diversa potrebbe essere più importante:
Con quale professionista riesco a costruire una relazione terapeutica significativa?
Questo non significa che gli approcci siano tutti uguali. Non lo sono. Esistono modelli con evidenze particolarmente solide per specifiche condizioni cliniche. Esistono specializzazioni che possono fare una differenza importante in presenza di problematiche specifiche come i disturbi alimentari, i disturbi ossessivo-compulsivi, il trauma complesso o le dipendenze, ma una volta garantita la competenza clinica necessaria, il fattore che più frequentemente distingue una terapia efficace da una terapia meno efficace riguarda la qualità della relazione che si costruisce. Perché la terapia non avviene dentro una teoria, avviene tra due esseri umani.
Ed è qui che emerge uno dei miti più diffusi: l'idea dello psicologo perfetto.
Molte persone iniziano il percorso con la convinzione che, se il professionista è quello giusto, si sentiranno immediatamente comprese, immediatamente accolte, immediatamente a proprio agio. La realtà è molto più complessa.
Le relazioni importanti raramente nascono in un istante. Anche la fiducia terapeutica richiede tempo. Anche la sicurezza relazionale richiede tempo. Anche la possibilità di mostrarsi autenticamente vulnerabili richiede tempo. Questo aspetto è particolarmente importante perché molte persone interrompono un percorso nelle prime fasi interpretando il disagio iniziale come un segnale che "quello psicologo non è adatto". Talvolta è davvero così, ma non sempre.
Per comprendere questa distinzione è necessario introdurre una riflessione fondamentale.
Non tutte le difficoltà che emergono nella relazione terapeutica parlano del terapeuta, alcune parlano di noi, della nostra storia, del nostro modo di stare nelle relazioni.
La teoria dell'attaccamento sviluppata da John Bowlby ha mostrato come le esperienze relazionali precoci contribuiscano alla formazione di modelli operativi interni che continuano a influenzare le aspettative, le emozioni e i comportamenti relazionali nel corso dell'intera vita (Bowlby, 1969).
In altre parole, non entriamo nello studio di uno psicologo come pagine bianche, entriamo portando con noi tutte le relazioni che abbiamo vissuto, le persone che ci hanno accolto, quelle che ci hanno ferito, quelle che ci hanno giudicato, quelle che ci hanno lasciato soli, quelle che ci hanno insegnato cosa aspettarci dagli altri. Per questo motivo una persona che ha sperimentato relazioni caratterizzate da critica e svalutazione può aspettarsi inconsciamente di essere giudicata anche dal terapeuta. Chi ha conosciuto il rifiuto può faticare a fidarsi. Chi ha imparato che mostrarsi vulnerabile è pericoloso può provare disagio semplicemente nel parlare di sé. Chi ha costruito la propria identità sull'autosufficienza può vivere la richiesta di aiuto come una minaccia.
In questi casi il disagio iniziale non rappresenta necessariamente un segnale che la terapia non sta funzionando, potrebbe rappresentare esattamente il motivo per cui quella terapia è importante.
Le neuroscienze relazionali hanno contribuito ad approfondire ulteriormente questa prospettiva. Daniel Siegel descrive la relazione terapeutica come un contesto capace di promuovere integrazione neurale e sviluppo della capacità riflessiva (Siegel, 2012). Stephen Porges, attraverso la Teoria Polivagale, mostra come il sistema nervoso sia continuamente impegnato in un processo di valutazione implicita della sicurezza delle relazioni (Porges, 2011). Prima ancora di decidere razionalmente se fidarci, il nostro organismo osserva. Osserva il tono della voce, la postura, lo sguardo, la prevedibilità della relazione, la coerenza dell'altro.
In altre parole, il sistema nervoso si pone continuamente una domanda:
Sono al sicuro?
Spesso questa è la vera domanda che accompagna l'inizio di una terapia e la risposta raramente arriva nel primo incontro. È per questo che, talvolta, la scelta più saggia non è interrompere immediatamente il percorso al primo disagio, ma portare quel disagio dentro la relazione terapeutica. Parlarne, esplorarlo, comprenderlo. Perché a volte la paura di essere giudicati racconta più della nostra storia che del terapeuta. A volte la difficoltà a fidarsi racconta più delle nostre ferite che della persona che abbiamo davanti. A volte ciò che vorremmo evitare rappresenta proprio il luogo in cui può iniziare il cambiamento.
Naturalmente esiste anche il contrario. Esistono terapeuti che non sono adatti a noi. Esistono relazioni terapeutiche che non funzionano. Esistono situazioni in cui cambiare psicologo rappresenta la scelta più sana e più appropriata. La qualità della cura non richiede adattamento forzato, non richiede di restare in una relazione che non sentiamo rispettosa, sicura o utile. Per questo è importante ricordare un principio fondamentale. Se una terapia non funziona, non significa necessariamente che la terapia non faccia per noi. Molte persone, dopo una singola esperienza negativa, concludono di non essere adatte a un percorso psicologico. La ricerca suggerisce che questa conclusione è spesso prematura. A volte non abbiamo trovato la terapia sbagliata, abbiamo semplicemente incontrato la persona sbagliata per noi. E la differenza è enorme, perché il cambiamento terapeutico non nasce dall'incontro con il professionista perfetto, masce dall'incontro con un professionista sufficientemente competente, sufficientemente presente e sufficientemente capace di costruire con noi una relazione in cui possiamo iniziare a sentirci al sicuro.
Forse allora la domanda iniziale può essere trasformata.
Non più:
"Come scelgo lo psicologo giusto?"
Ma:
"Come riconosco una relazione professionale in cui posso sentirmi abbastanza al sicuro da essere autentico?"
Perché la terapia non è la ricerca della persona che possiede tutte le risposte, è la ricerca di un luogo in cui le nostre domande possano finalmente essere ascoltate.
Bibliografia
American Psychological Association. (2013). Recognition of Psychotherapy Effectiveness. American Psychologist, 68(2), 102–109.
Bordin, E. S. (1979). The generalizability of the psychoanalytic concept of the working alliance. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 16(3), 252–260.
Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.
Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. (2023). Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi.
Flückiger, C., Del Re, A. C., Wampold, B. E., & Horvath, A. O. (2018). The alliance in adult psychotherapy: A meta-analytic synthesis. Psychotherapy, 55(4), 316–340.
Legge 18 febbraio 1989, n. 56. Ordinamento della professione di psicologo.
Norcross, J. C., & Lambert, M. J. (2019). Psychotherapy relationships that work III. Psychotherapy, 56(4), 423–425.
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. Norton.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind (2nd ed.). Guilford Press.
Wampold, B. E., & Imel, Z. E. (2015). The Great Psychotherapy Debate (2nd ed.). Routledge.