La crisi del quarto di secolo: La complessa transizione verso l'età adulta tra identità, incertezza e ricerca di significato

di Claudia Rufini

C'è un momento della vita che raramente viene raccontato per quello che è davvero. Non ha la drammaticità delle grandi crisi esistenziali che la letteratura ha spesso attribuito alla mezza età, né possiede il carattere visibile delle trasformazioni adolescenziali. È una crisi silenziosa, spesso privata, che si consuma dietro sorrisi apparentemente normali, fotografie pubblicate sui social, lauree appena conseguite, primi contratti di lavoro, relazioni che iniziano o finiscono. È una crisi che non sempre si vede dall'esterno, ma che dall'interno può assumere proporzioni enormi. Accade quando la vita che immaginavamo di avere e la vita che stiamo realmente vivendo iniziano a non coincidere più. Accade quando il futuro, che per anni era stato uno spazio aperto di possibilità, diventa improvvisamente una responsabilità. Accade quando ci rendiamo conto che scegliere una direzione significa inevitabilmente rinunciare a molte altre. Accade, spesso, tra i venti e i trent'anni. È ciò che la letteratura psicologica contemporanea definisce quarter-life crisis, la crisi del quarto di secolo (Robinson, 2015).

Molte persone che la attraversano hanno l'impressione che ci sia qualcosa di sbagliato in loro. Si guardano intorno e vedono coetanei che sembrano sapere esattamente cosa fare, dove andare, chi essere. Vedono carriere che iniziano, relazioni che si consolidano, vite che sembrano procedere con una direzione chiara. E allora si domandano perché loro si sentano così confusi. Perché, nonostante gli obiettivi raggiunti, continuino a provare un'inquietudine difficile da nominare. Perché una laurea ottenuta con fatica non abbia portato la soddisfazione promessa. Perché il lavoro desiderato non produca il senso di realizzazione immaginato. Perché la libertà tanto attesa possa trasformarsi, talvolta, in una forma sottile di smarrimento.

La prima cosa che la ricerca ci invita a comprendere è che questa esperienza è molto più comune di quanto sembri. Non si tratta di una debolezza individuale, né di una fragilità generazionale. Si tratta di una complessa transizione evolutiva che nasce dall'incontro tra processi psicologici universali e condizioni sociali profondamente cambiate rispetto al passato (Arnett, 2000; Robinson et al., 2013).

Per comprendere la crisi del quarto di secolo dobbiamo infatti partire da una constatazione fondamentale: il modo in cui diventiamo adulti oggi è radicalmente diverso da quello delle generazioni precedenti. Per gran parte del Novecento l'ingresso nell'età adulta seguiva percorsi relativamente prevedibili. Gli studi terminavano prima. Il lavoro stabile arrivava prima. L'autonomia economica arrivava prima. Le relazioni di coppia tendevano a consolidarsi prima. L'identità adulta era sostenuta da passaggi socialmente riconosciuti che fungevano da punti di riferimento. Oggi questi confini sono diventati molto più sfumati.

L'ingresso nel mercato del lavoro è spesso caratterizzato da precarietà e instabilità. I percorsi formativi si sono allungati. Le relazioni sentimentali si sviluppano all'interno di contesti più fluidi. La possibilità di reinventarsi continuamente è diventata un valore culturale. E se da un lato questo ha ampliato enormemente la libertà individuale, dall'altro ha trasferito sulle persone una quantità senza precedenti di responsabilità nella costruzione della propria identità.

È proprio all'interno di questo scenario che Jeffrey Arnett ha introdotto il concetto di emerging adulthood, l'età adulta emergente, identificando una fase dello sviluppo che si colloca approssimativamente tra i 18 e i 29 anni e che non coincide né con l'adolescenza né con l'età adulta pienamente consolidata (Arnett, 2000; Arnett, 2004). Secondo Arnett questa fase è caratterizzata da una profonda esplorazione identitaria, da instabilità, da una forte focalizzazione su sé stessi e dalla sensazione persistente di trovarsi "in mezzo", non più adolescenti ma non ancora completamente adulti.

Questo aspetto è fondamentale perché la crisi del quarto di secolo non nasce soltanto da problemi esterni, nasce da una domanda identitaria, una domanda che può assumere forme diverse:

Chi sono davvero?

Che cosa voglio fare della mia vita?

Sto seguendo una strada che ho scelto o una strada che mi è stata indicata?

Questa è la vita che desidero o quella che pensavo di dover desiderare?

Sono domande che possiedono una forza straordinaria perché mettono in discussione il modo stesso in cui abbiamo costruito il nostro senso di identità.

Erik Erikson descriveva l'identità come il risultato di un lungo processo evolutivo attraverso cui la persona cerca di integrare le proprie esperienze, i propri valori e i propri ruoli in una narrazione coerente di sé (Erikson, 1968). La crisi del quarto di secolo può essere letta come un momento in cui questa narrazione viene profondamente rinegoziata. Ciò che sembrava definito torna improvvisamente aperto. Ciò che sembrava certo torna incerto.

Ma esiste un altro elemento che rende questa crisi particolarmente intensa nella contemporaneità: l'eccesso di possibilità.

Potrebbe sembrare un paradosso. Siamo abituati a pensare che la sofferenza nasca dalla mancanza di scelta. Eppure la ricerca suggerisce che anche il contrario può essere fonte di disagio.

Barry Schwartz ha descritto questo fenomeno attraverso il concetto di paradosso della scelta (Schwartz, 2004). Quando le opzioni diventano troppo numerose, scegliere può trasformarsi in un'esperienza ansiogena. Ogni decisione implica l'abbandono di molte altre possibilità e più le possibilità aumentano, più aumenta la paura di sbagliare.

Molti giovani adulti vivono esattamente questa esperienza. Possono scegliere tra molte professioni, molte città, molte relazioni, molti percorsi di vita, ma proprio questa libertà genera una domanda angosciante:

E se stessi scegliendo male?

La paura non riguarda soltanto il presente, riguarda la costruzione dell'intera esistenza. Perché ogni scelta inizia a essere percepita come definitiva. Come se una decisione professionale a venticinque anni dovesse determinare il resto della vita. Come se una relazione dovesse contenere già la promessa dell'eternità. Come se fosse necessario sapere immediatamente chi si vuole diventare.

In realtà, ciò che la psicologia dello sviluppo continua a mostrarci è che l'identità adulta non nasce da una singola scelta corretta. Nasce da un processo continuo di esplorazione, adattamento e ridefinizione (Arnett, 2004).

Eppure questa consapevolezza si scontra con un'altra forza potente: il confronto sociale. Probabilmente nessuna generazione prima d'ora ha avuto accesso a una quantità così elevata di informazioni sulle vite altrui. Attraverso i social media osserviamo continuamente persone che sembrano avere successo, essere amate, viaggiare, costruire carriere straordinarie, raggiungere obiettivi importanti. Razionalmente sappiamo che ciò che vediamo rappresenta una selezione della realtà. Ma il cervello umano non è progettato per confrontarsi quotidianamente con centinaia di versioni idealizzate dell'esistenza.

La teoria del confronto sociale proposta da Leon Festinger suggerisce che gli esseri umani valutano sé stessi confrontandosi con gli altri (Festinger, 1954). Quando il confronto avviene principalmente verso l'alto, con persone percepite come più realizzate o di successo, possono emergere sentimenti di inferiorità, inadeguatezza e insoddisfazione.

È così che la crisi del quarto di secolo assume spesso una forma molto specifica. Non consiste semplicemente nel non sapere dove andare. Consiste nel sentirsi in ritardo. In ritardo rispetto ai coetanei. In ritardo rispetto alle aspettative. In ritardo rispetto alla vita immaginata.

Ma esiste davvero un ritardo? O esiste piuttosto un conflitto tra i tempi reali dello sviluppo umano e i tempi ideali che la cultura ci propone?

La risposta della psicologia sembra orientarsi verso la seconda ipotesi, perché la costruzione dell'identità non segue una traiettoria lineare. Non procede secondo un calendario universale. Non esiste un'età giusta per sentirsi arrivati.

Anche dal punto di vista neuroscientifico questa fase della vita appare particolarmente significativa. Le ricerche mostrano che lo sviluppo cerebrale prosegue ben oltre l'adolescenza. Le aree prefrontali coinvolte nella pianificazione, nella regolazione emotiva, nella valutazione delle conseguenze e nella costruzione del senso di sé continuano a maturare fino alla tarda terza decade di vita (Blakemore & Choudhury, 2006; Casey et al., 2008). Questo significa che molte delle domande che emergono durante la crisi del quarto di secolo non rappresentano anomalie. Rappresentano il lavoro stesso dello sviluppo. Il cervello, l'identità e il sistema di valori stanno ancora organizzandosi. Stanno ancora cercando una forma.

Da un punto di vista clinico è importante sottolineare che la crisi del quarto di secolo non coincide necessariamente con una psicopatologia. Non è un disturbo mentale formalmente riconosciuto. Tuttavia può associarsi a sintomi ansiosi, vissuti depressivi, stress, perdita di significato, senso di vuoto e riduzione del benessere psicologico (Robinson, 2015).

Molte persone descrivono questa fase come una sensazione di sospensione. Come se la vita fosse iniziata ma non fosse ancora davvero cominciata. Come se mancasse qualcosa. Come se ci fosse sempre una versione migliore di sé stessi da raggiungere. E forse è proprio qui che si nasconde uno degli aspetti più profondi della crisi. Perché essa costringe a confrontarsi con una verità che la cultura contemporanea tende spesso a negare. La verità che non possiamo essere tutto. Che ogni scelta comporta una rinuncia. Che ogni identità implica l'abbandono di altre identità possibili. Diventare adulti significa anche accettare questo limite. Accettare che una vita significativa non nasce dall'accumulare infinite possibilità, ma dal dare forma a quelle che scegliamo di abitare.

Forse la crisi del quarto di secolo è, in fondo, il momento in cui smettiamo di chiederci che cosa il mondo si aspetta da noi e iniziamo lentamente a domandarci che cosa desideriamo davvero. È il passaggio dall'identità ricevuta all'identità costruita, dal copione ereditato alla scelta personale, dalla ricerca di conferme alla ricerca di significato. E forse è per questo che, nonostante il dolore che può accompagnarla, la crisi del quarto di secolo possiede anche una funzione profondamente trasformativa. Perché alcune delle domande più importanti della vita non nascono quando sappiamo esattamente chi siamo. Nascono quando scopriamo di non saperlo più e alcune delle trasformazioni più autentiche non iniziano dalla certezza, iniziano dallo smarrimento.

Forse crescere significa proprio questo: non trovare tutte le risposte, ma imparare a vivere le domande senza esserne paralizzati; accettare che l'identità non sia una destinazione, che il futuro non sia una garanzia, che la sicurezza assoluta non esista e continuare comunque a camminare. Perché sentirsi persi, a volte, non è il contrario della crescita, è il luogo in cui la crescita inizia.

Bibliografia

Arnett, J. J. (2000). Emerging adulthood: A theory of development from the late teens through the twenties. American Psychologist, 55(5), 469–480.

Arnett, J. J. (2004). Emerging Adulthood: The Winding Road from the Late Teens Through the Twenties. Oxford University Press.

Blakemore, S. J., & Choudhury, S. (2006). Development of the adolescent brain. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 47(3–4), 296–312.

Casey, B. J., Jones, R. M., & Hare, T. A. (2008). The adolescent brain. Annals of the New York Academy of Sciences, 1124, 111–126.

Erikson, E. H. (1968). Identity: Youth and Crisis. Norton.

Festinger, L. (1954). A theory of social comparison processes. Human Relations, 7(2), 117–140.

Robinson, O. C. (2015). Emerging adulthood, early adulthood and quarter-life crisis. In J. J. Arnett (Ed.), The Oxford Handbook of Emerging Adulthood. Oxford University Press.

Robinson, O. C., Wright, G. R. T., & Smith, J. A. (2013). The holistic phase model of early adult crisis. Journal of Adult Development, 20(1), 27–37.

Schwartz, B. (2004). The Paradox of Choice: Why More Is Less. HarperCollins.

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