Teoria polivagale e implicazioni cliniche: una rilettura neurofisiologica della sofferenza psicologica

di Claudia Rufini

Vi sono sofferenze che, osservate superficialmente, sembrano appartenere al linguaggio della mente, ma che, a uno sguardo più profondo, rivelano di essere innanzitutto modalità del corpo di organizzare la sopravvivenza. Vi sono individui che non vivono semplicemente “ansia”, ma abitano una fisiologia della vigilanza, come se il sistema nervoso avesse appreso a permanere in uno stato di anticipazione continua; altri che non soffrono soltanto di “depressione”, ma sembrano precipitati in una biomeccanica del collasso, dove l’energia si ritrae non come mera assenza di volontà, ma come strategia estrema di conservazione; altri ancora che non presentano solo difficoltà relazionali, ma esistono entro una neurocezione della prossimità come minaccia, là dove il legame, anziché costituire sicurezza, viene registrato dal corpo come rischio.

È precisamente in questa soglia — in questo luogo clinico in cui la psicologia incontra la neurofisiologia e il sintomo cessa di essere soltanto contenuto per rivelarsi stato — che la teoria polivagale di Stephen W. Porges assume il proprio significato più radicale. Non come semplice modello del sistema nervoso autonomo, né come elegante revisione della tradizionale dicotomia simpatico/parasimpatico, ma come una delle più profonde riconfigurazioni contemporanee del pensiero clinico, poiché essa obbliga il professionista a spostare il proprio sguardo dal “che cosa prova questa persona?” a una domanda più antica, più biologica, più decisiva: “in quale condizione di sicurezza, di pericolo o di minaccia estrema il suo organismo sta tentando di esistere?” (Porges, 1995, 2001, 2011).

In questo spostamento, apparentemente sottile, si compie una rivoluzione epistemologica. La sofferenza non viene ridotta al corpo, ma ricollocata entro una gerarchia evolutiva di sopravvivenza; il disagio non viene banalizzato come automatismo biologico, ma compreso come espressione di una intelligenza adattiva più antica della coscienza stessa. La teoria polivagale, infatti, suggerisce che il sistema nervoso non reagisca semplicemente agli eventi, ma valuti costantemente — e per lo più al di fuori della consapevolezza — se il mondo sia abbastanza sicuro da permettere connessione, esplorazione e apprendimento, oppure sufficientemente minaccioso da richiedere mobilizzazione o collasso. Questo processo, che Porges definisce neurocezione, rappresenta uno dei contributi più innovativi della teoria: una forma di valutazione neurofisiologica implicita, preverbale, attraverso cui il sistema autonomo rileva segnali di sicurezza, pericolo o minaccia estrema prima che la coscienza possa nominarli (Porges, 2004). Prima del pensiero, vi è lo stato. Prima della narrazione, vi è la regolazione. Prima della scelta, vi è il corpo che decide se sopravvivere, lottare, fuggire, spegnersi o connettersi.

È qui che la teoria polivagale ridefinisce la clinica: essa suggerisce che ciò che il paziente può pensare, sentire, ricordare, apprendere o simbolizzare dipende in misura sostanziale dal circuito autonomico dominante. La sicurezza, dunque, non è una sensazione secondaria, ma una condizione biologica preliminare alla possibilità stessa dell’integrazione. Il professionista dovrebbe quindi imparare a leggere prosodia, postura, respiro, orientamento oculare, tono muscolare e segnali corporei come espressioni centrali dello stato autonomico e non come meri dettagli periferici . In questa prospettiva, il corpo cessa di essere il luogo passivo in cui il disagio si manifesta e diventa grammatica primaria della clinica.

La celebre articolazione triadica proposta da Porges — sistema ventrovagale, sistema simpatico, circuito dorsovagale — non rappresenta soltanto una distinzione anatomica, ma una vera e propria ontologia della risposta umana. Il sistema ventrovagale, filogeneticamente più recente, sostiene sicurezza, ingaggio sociale, prosodia, regolazione affettiva, reciprocità e apprendimento; il sistema simpatico organizza mobilizzazione, lotta o fuga; il circuito dorsovagale governa immobilizzazione estrema, shutdown, dissociazione e collasso (Porges, 2011). Questa struttura gerarchica modifica profondamente il modo di leggere la psicopatologia. L’ansia cronica può essere reinterpretata come dominanza di mobilizzazione; il trauma complesso come fissazione oscillatoria tra iperattivazione e collasso; la dissociazione come espressione di immobilizzazione estrema; alcuni quadri depressivi profondi come fisiologia della ritrazione; molte difficoltà relazionali come incapacità neurofisiologica di accedere stabilmente al sistema di ingaggio sociale. Tale prospettiva produce una trasformazione etica di grande rilievo: il comportamento problematico non viene più osservato esclusivamente come resistenza, oppositività o disfunzione, ma come possibile strategia adattiva. Il paziente non è semplicemente “difficile”: spesso è un organismo che ha imparato a sopravvivere in un mondo neurocettato come minaccia.

Questo slittamento dal giudizio alla comprensione non deresponsabilizza; approfondisce. Significa riconoscere che molti sintomi rappresentano il persistere di logiche di sopravvivenza che, un tempo, hanno avuto valore protettivo. In tale cornice, il trauma non coincide più esclusivamente con l’evento traumatico, ma con la sua iscrizione persistente nel sistema nervoso come schema difensivo cronico. Come sottolinea van der Kolk (2014), il corpo conserva il trauma; ma la teoria polivagale aggiunge che esso lo conserva secondo precise gerarchie di sopravvivenza. Ciò implica conseguenze cliniche decisive: se il problema non è solo narrativo, allora la cura non può essere esclusivamente interpretativa. La comprensione cognitiva, pur essenziale, può risultare insufficiente laddove il sistema nervoso continui a vivere in modalità difensiva. La regolazione precede spesso l’insight.

Ne deriva come il compito del professionista non sia genericamente “calmare”, ma facilitare il ripristino della gerarchia autonomica, accompagnando il soggetto da stati di shutdown dorsale a forme tollerabili di mobilizzazione, e da queste a una sicurezza ventrovagale sufficientemente stabile . In questo senso, la relazione terapeutica assume una funzione biologica oltre che psicologica: il terapeuta non è solo interprete, ma co-regolatore. La sua voce, la sua prosodia, il ritmo, la prevedibilità, la postura, il volto, la qualità della presenza diventano strumenti neurofisiologici di cura (Dana, 2018). Ciò riconduce la teoria polivagale in un dialogo fecondo con Bowlby (1969), Schore (2003) e Siegel (2012): il cambiamento profondo non avviene soltanto attraverso nuove interpretazioni, ma attraverso esperienze ripetute di sicurezza relazionale che consentano al sistema di apprendere nuove possibilità di stato. La psicoterapia, in questa luce, diventa una tecnologia della sicurezza incarnata.

Ma la portata della teoria polivagale eccede il trauma e la psicoterapia. Le connessioni con la neuroimmunologia, con l’inflammatory reflex (Tracey, 2002), con l’asse intestino-cervello e con i modelli biopsicosociali contemporanei (Breit et al., 2018) ampliano il suo significato verso una comprensione più integrata della salute. Il nervo vago emerge non solo come mediatore della regolazione emotiva, ma come asse di connessione tra mente, corpo, immunità e relazione. In tale prospettiva, burnout, dolore cronico, disregolazione sistemica e molte condizioni psicosomatiche possono essere ripensate alla luce di configurazioni autonomiche persistenti.

Tuttavia, proprio perché potente, questa teoria richiede rigore critico. Le osservazioni metodologiche di Grossman e Taylor (2007) ricordano che nessun paradigma dovrebbe essere assolutizzato. La teoria polivagale non costituisce una spiegazione totale della psicopatologia, ma una cornice di straordinaria utilità clinica, da integrare con neuroscienze affettive, teoria dell’attaccamento, psicotraumatologia e medicina comportamentale. La sua forza maggiore non consiste nel dire tutto, ma nel rendere leggibile ciò che troppo spesso resta implicito: che ogni paziente porta in seduta non solo una storia, ma un sistema nervoso; non solo significati, ma stati; non solo memoria narrativa, ma gerarchie di sopravvivenza. E forse è proprio qui che la teoria polivagale raggiunge il proprio contributo più profondo, quasi filosofico: nell’aver ridefinito la salute non come semplice assenza di sintomi, ma come flessibilità.

La salute, in questa prospettiva, è la capacità di transitare, di mobilizzarsi senza restare intrappolati nella minaccia, di fermarsi senza collassare, di entrare in relazione senza neurocettare il legame come pericolo. La psicopatologia, allora, può essere letta come perdita di flessibilità, come fissazione di una strategia di sopravvivenza che non riesce più a disattivarsi. Curare significa restituire movimento dove vi è rigidità, significa aiutare il sistema nervoso a scoprire che il mondo può essere, ancora, qualcosa di più della sola necessità di sopravvivere. E in un’epoca storica segnata da trauma diffuso, ipervigilanza culturale, sovraccarico sensoriale, burnout e precarietà relazionale, questo insegnamento assume una portata che oltrepassa la tecnica clinica: diventa una teoria della condizione contemporanea. Ci ricorda che prima di ogni prestazione, di ogni apprendimento, di ogni trasformazione, il corpo pone una domanda più antica di qualunque pensiero: “Sono al sicuro?”. Se la risposta è no, l’organismo si organizza attorno alla difesa. Se la risposta è sì, diventano possibili apprendimento, cura, legame, creatività. E forse è proprio questo il lascito più essenziale della teoria polivagale: aver restituito alla clinica una verità tanto neurobiologica quanto profondamente umana: che nessuna mente può davvero aprirsi al cambiamento, finché il corpo continua a credere di dover soltanto sopravvivere.

Bibliografia

Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.

Breit, S., Kupferberg, A., Rogler, G., & Hasler, G. (2018). Vagus nerve as modulator of the brain–gut axis in psychiatric and inflammatory disorders. Frontiers in Psychiatry, 9, Article 44.

Dana, D. (2018). The polyvagal theory in therapy: Engaging the rhythm of regulation. W. W. Norton.

Grossman, P., & Taylor, E. W. (2007). Toward understanding respiratory sinus arrhythmia: Relations to cardiac vagal tone, evolution and biobehavioral functions. Biological Psychology, 74(2), 263–285.

Porges, S. W. (1995). Orienting in a defensive world: Mammalian modifications of our evolutionary heritage. Psychophysiology, 32(4), 301–318.

Porges, S. W. (2001). The polyvagal theory: Phylogenetic substrates of a social nervous system. International Journal of Psychophysiology, 42(2), 123–146.

Porges, S. W. (2004). Neuroception: A subconscious system for detecting threats and safety. Zero to Three, 24(5), 19–24.

Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. W. W. Norton.

Schore, A. N. (2003). Affect dysregulation and disorders of the self. W. W. Norton.

Siegel, D. J. (2012). The developing mind: How relationships and the brain interact to shape who we are (2nd ed.). Guilford Press.

Tracey, K. J. (2002). The inflammatory reflex. Nature, 420(6917), 853–859.

van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.

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